CAMPI DI GIOIA E DI SPERANZA
Le attività dei campi estivi nei villaggi beduini iniziano alle otto del mattino. Eppure, oggi, ultimo giorno, i primi bambini erano già lì alle 6:45, seduti nella spianata preparata per l'occasione, sotto una rete tesa tra pali per ripararsi dal sole cocente. Non riuscivano ad aspettare.
Con gli occhi pieni di gioia ci hanno detto: «Oggi resteremo qui tutto il giorno. Non vogliamo tornare a casa, perché sappiamo che, quando torneremo, questa bellissima esperienza sarà finita.»
In queste poche parole c'è il senso di tutto ciò che abbiamo vissuto. Qui la felicità nasce dalle cose più semplici: un pallone, un gioco, una canzone, un sorriso, un abbraccio. Ma soprattutto dalla certezza, forse rara nella loro vita, di sentirsi accolti, ascoltati, amati.
In questo villaggio molti bambini non frequentano la scuola. Altri risultano iscritti, ma le lezioni sono irregolari e spesso solo online. Le famiglie, però, non hanno un telefono per ogni figlio: molte madri crescono sei o più bambini e seguire le lezioni diventa quasi impossibile.
Il nostro campo si svolge mentre il rumore dei bulldozer non si ferma mai. Intorno a noi sorgono nuove strade destinate ai coloni. Un giorno ne abbiamo contati più di trenta al lavoro nella stessa zona.
Questo villaggio vive sotto una pressione continua. Le incursioni sono frequenti, la paura accompagna ogni giornata e diverse famiglie hanno perso la propria casa.
Eppure, non hanno perso la speranza. Continuano a vivere, a lottare e a credere nel futuro. Anche il progetto di ricamo delle donne continua a essere un piccolo segno di dignità, lavoro e speranza.
Tra i bambini ce n'è uno che, pochi giorni fa, ha perso la sua casa: costruita in cemento con anni di sacrifici, è stata demolita in pochi istanti.
Ai suoi genitori sono stati concessi appena cinque minuti per salvare ciò che potevano.
Eppure, quel bambino sorride. Gioca. Corre. E continua a sognare.
Quest'anno tre maestre non sono bastate: il primo giorno sono arrivati 110 bambini.
Oggi è giorno di festa. Ognuno riceverà un piccolo regalo da portare a casa. Ma il dono più grande non entrerà in uno zaino: rimarrà nel loro cuore.
Ogni mattina abbiamo ripetuto insieme: “Sono speciale. Faccio la differenza. Non sono da solo. Ho amici che mi vogliono bene. Posso seminare la pace.”
Parole semplici, ma capaci di mettere radici profonde nel cuore di bambini che crescono tra paura, violenza e incertezza.
È questo che rendete possibile con il vostro sostegno e con le vostre preghiere. Aiutate questi bambini a credere che la loro vita ha valore e che il futuro può essere diverso.
Quando oggi è arrivato il momento dei saluti, ci hanno guardato e ci hanno detto: «Magari questo campo potesse durare almeno un mese...»
Non potevano farci un regalo più grande.
Perché significa che, anche solo in quattro giorni, abbiamo seminato qualcosa che nessun bulldozer potrà mai demolire: la speranza nel cuore di un bambino.
Sr Lulu e sr Cecilia